L’uomo nel Buddhismo
di Giuseppe Tucci

L’UOMO NEL BUDDHISMO

 

Questo articolo fu pubblicato nel 1938 sulla rivista “Valori Primordiali” diretta da Franco Ciliberti, docente di Storia delle Religioni e intellettuale che animò l’ambiente artistico romano e milanese degli anni ’30 del secolo scorso.La rivista si occupava soprattutto dei nuovi movimenti artistici come il Futurismo e il Razionalismo in architettura ma era anche espressione del pensiero, caro al fascismo e a molte dittature, di trasformare la società attraverso la riscoperta dei “valori primordiali”. Ciliberti chiese a Tucci di scrivere questo articolo probabilmente perché entrambi condividevano l’interesse per le religioni e “L’uomo nel Buddhismo” era un argomento in sintonia con l’impostazione della rivista alla ricerca dei “Valori Primordiali”.

Renzo Freschi

L’Uomo nel Buddhismo

L’occidente ha avuto l’abitudine di considerare il Buddhismo come la religione del nulla: rinuncia della vita e della lotta, suicidio cosmico, per opera del quale in un’ombra di dolore, ogni parvenza sparisce nel nirvàna. Pochi però si sono domandati se questo nulla non fosse piuttosto la pienezza dell’essere, l’essere stesso opposto al fluire delle forme, l’eterno in contrasto col tempo. Sul nulla non si può creare nulla, nè una filosofia, né una religione, né una civiltà. Ma proprio col Buddhismo l’uomo sembra che nell’India acquisti coscienza del suo potere e di quelle sue infinite capacità che lo fanno superiore a tutti gli dei. Signore della terra e dei cieli. Quell’errore di prospettiva fu dovuto all’interpretazione monastica del Buddhismo che la filologia occidentale ha preso per moneta buona. Ma la religione non vive nei conventi, sìbbene nelle folle, non nelle chiese, ma nello spirito dei fedeli; amorosa e armoniosa corrispondenza tra l’eterno e il temporale per cui la rivelazione si espande nella vita, e Dio sembra quasi arricchirsi delle esperienze di questa umanità che faticosamente scopre di giorno in giorno in sè e fuori di sè nuovi orizzonti.

 

Non è stato il Buddhismo dei monasteri che ha conquistato l’Asia, ma quel particolare buddhismo che s’è intenerito al contatto dell’uomo dolorante, e alla salvazione particolare dell’asceta ha sostituito la misericordia e la simpatia su tutto ciò che ha vita: poiché dove c’è vita c’è dolore – e c’è l’inesorabile angoscia della morte. L’occidente ha scoperto l’uomo attraverso la scienza: l’India l’ha scoperto traverso il dolore – l’uomo ha ritrovato colà coscienza di se medesimo come essere che soffre e sa di soffrire. Allora soltanto esso cessa di essere un’astrazione e diventa persona. Nell’esperienza e nella coscienza del suo dolore l’uomo s’affratella; non pensa più a se stesso, ma si nobilita negli ardori di un amore universale, nella dolcezza di una simpatia che tutti gli esseri doloranti e sofferenti abbraccia.Allora l’uomo scende dai freddi cieli della teologia alla realtà della vita quotidiana. Il Buddhismo non solo conquista le folle indiane, ma diventa apostolico. I suoi missionari valicano monti e navigano per gli oceani a portare la loro parola d’amore. Il monaco del primitivo Buddhismo diventa il Bodhisattva, cioè l’uomo-dio. Uomo-dio perché l’uomo si sublima in altezze spirituali che gli stessi dei non possono raggiungere; soprattutto perché creatura d’amore – amore che è sacrificio di sé per gli altri. L’amore è affermazione della propria umanità attraverso la rinuncia di sé, aspirazione all’eterno che resta volontariamente insoddisfatta, poiché si desidera salvare altrui attraverso la propria sofferenza. Sotto questo nuovo ideale l’India si ingentilisce; il suo pensiero, salito alle più alte speculazioni aveva negato l’uomo: che non era neppure l’ombra di un sogno, ma l’ombra di un errore, errore cosmico, fatale, tenebra che solo l’illuminazione può squarciare con i guizzi della sua luce. Una nuova concezione dell’uomo così fatta produce un rivolgimento nella vita e nella cultura: l’India s’apre agli influssi forestieri: ogni esperienza umana accoglie ed assimila.

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Il contatto con la Grecia di Alessandro e dei suoi successori dà una forma più chiara e definita alle sue costruzioni. Il Bodhisattva non è soltanto colui che ama e si sacrifica, ma anche colui che lotta – è un eroe, un guerriero coperto di corazza. Armato di quella costanza senza la quale ogni lotta è vana. E la lotta è aspra perché si combattono i nemici più temibili, quelli che stanno dentro di noi, che sono nati con noi, e noi abbiamo ereditato come nostri compagni da quel grande mistero che fu il nulla ed originò la vita. Questa lotta contro le forze che salgono dagli abissi dell’inconscio individuo e collettivo ha bisogno di un’arma sola: la concentrazione. L’uomo non deve essere distratto, non deve guardare fuori di sé ma dentro di sé. Non lasciarsi dominare dalla passione, ma vincere le passioni. Ed ecco che sorge il tipo artistico del Buddha e del Bodhisattva, l’occhio che non guarda fuori, ma dentro, l’espressione raccolta e serena – come un cielo sereno dopo la tempesta. E intorno a queste figure il tumulto della vita non negato, non condannato, ma accolto e pacificato: grandi folle che pregano, godono, combattono e come ondate della vita si frangono intorno a questi eroi della santità che sembrano appartenere ad un altro mondo. E nacque la pittura di Ajanta non ieratica convenzionale astratta, ma viva e tumultuante; sovraccarica forse come tutto è sovraccarico in India: la giungla che è sulla terra si riflette spesso nelle creazioni del suo spirito, con tutte le contraddizioni, i contrasti, le incongruenze di un germogliare troppo rigoglioso. Insieme con la scultura e la pittura anche la poesia si ravviva. Non è più epica o dramma a fondo mitologico: non è neppure il lirismo degli antichi canti di monaci e monache in cui il Buddhismo primitivo s’era effuso in abbandoni contemplativi. E’ la poesia di Asvaghòscia ed Aryasùra nella quale le debolezze e le conquiste dell’uomo, il suo bene ed il suo male contrastanti rappresentano la nota dominante. Ciò che colpisce in questa poesia è proprio la sua umanità e la sua compartecipazione alla sofferenza che la rendono così sensibile alla voce della vita e così prossima al nostro animo. La dommatica ha un bel dimostrare che la persona non esiste: che la persona è un fantasma creato da un falso imaginare, e di scinderla ed annientarla in una serie di stati mentali: il Buddhismo non riesce mai a dimenticare che il suo maestro aveva predicato l’amore, e l’amore dà vita e concretezza e realtà anche a un fantasma. L’uomo si salva non soltanto conoscendo, ma amando e vivendo per gli altri. Con questa sua umanità che non conosce più limiti di casta e di razze il Buddhismo valica le frontiere dell’India: e conquista l’Asia centrale, la Cina, il Tibet, il Giappone, l’Indocina e la Malesia – apostolato che non solo redime l’uomo, ma diffonde su tutte le plaghe dell’Oriente medio ed estremo le nobili verità del Buddhismo ed insieme un’identica visione della vita.

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Appena il Buddhismo comincia la sua corsa incivilitrice, le barriere geografiche e storiche che dividevano popoli sembrano crollare. Ogni cultura si vivifica al contatto delle altre: le sottigliezze dialettiche e filosofiche dell’India abituano il pensiero cinese a uno studio più approfondito e più comprensivo dei massimi problemi. E poi sarà il Buddhismo che darà civiltà e coesione politica ai nomadi tibetani e mongoli, e quindi, oltrepassato il mare di Cina, empirà d’entusiasmi Shotoku Taishi e introdurrà una nuova gentilezza nell’animo giapponese destinata poi ad esprimersi in mirabili creazioni d’arte e in nobili opere di vita. Da un capo all’altro dell’Asia si spandeva la parola del Buddha e con essa la concezione della vita e la cultura indiana: sicchè per l’India successe come per la Grecia antica e per l’Italia della rinascenza: che il suo pensiero si trapiantò fuori dei suoi confini e ispirò e nutrì una specie di oicumène spirituale che dalle montagne dell’Iran e dalla corte degli Arsacidi (Ngan sci Cao) si spinse sul Pacifico. E siccome, molte volte furono proprio colonie che si stabilirono su plaghe remote e facilitarono lo scambio culturale e la penetrazione della religione, del pensiero e dell’arte in India, si può giustamente parlare di una Magna India ispirata e sorretta nelle sue conquiste spirituali dalla grande linfa del Buddhismo. Ma l’uomo che fu plasmato da questa concezione della vita, nata in India col Buddhismo e consertatasi poi con quella taoista che è la gemma più nobile del pensiero cinese, non è l’uomo che l’occidente ha foggiato con le sue lotte diuturne. Quest’uomo non si contrappone alla natura in un dualismo che rende la nostra vita piena di tragico pathos e di così eroico ardimento. In Oriente quest’uomo s’affratella con le cose che vivono e muoiono nell’alterno fluire dell’universo, cogli animali, le piante, le montagne, le acque e sente perciò profonde ed inespresse affinità spirituali con le fuggevoli parvenze del divenire cosmico. Non inazione, ma piuttosto azione spersonificata, azione nella quale l’eterno si sostituisce al temporale, e l’individuo tace per vivere nel tutto. Ma solo nell’uomo è presente e viva e operante questa coscienza redentrice: gli dei in un mondo di fantasmi non esistono più: o esistono solo come proiezioni effimere del nostro imaginare non purificato dalla gnosi. Soltanto nell’uomo, la coscienza cosmica, questa luce indiscriminata che dal caos trasse l’ordine e non ha forma, ma è madre di tutte le forme, si rivela a se medesima bruciando col suo splendore la tenebra dell’ignoranza. Solo nell’uomo è la possibilità di salvazione, ma solo nell’uomo si incorpora il divino per rivelare il vero. “L’uomo – canta Candidas – è sopra a tutte le cose e più alto di lui non c’è più nulla”.

Giuseppe Tucci

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