Cinque acquatinte di Thomas e William Daniell (un breve saggio)

di Daniela Bellini

Tra gli artisti inglesi che si cimentarono su tela e su stampa per riprodurre i meravigliosi scorci esotici dell’India spiccano alla fine del settecento gli impareggiabili Daniells, Thomas e William, zio e nipote, per l’accuratezza dei soggetti e la precisione delle luci e dei colori dei loro acquerelli, in seguito anche diventati acquatinte. Ci voleva parecchio coraggio, all’epoca, per affrontare le insidie e i disagi di quelle spedizioni, a maggior ragione se uno dei due avventurosi aveva solo quindici anni! Probabilmente i due avrebbero preferito essere ricordati per i loro dipinti a olio, ma furono invece le acquatinte raccolte nelle immagini dei sei volumi del monumentale “Oriental Scenery” a dar loro la notorietà mondiale. Il più ambizioso progetto di stampa d’Inghilterra, durato tredici anni, fu terminato nel 1795 dopo nove anni di spedizioni in India.

Queste spedizioni di zio e nipote, iniziate nel 1785, partivano via mare da Canton, Calcutta, Madras o Bombay, e duravano vari mesi. Forti del miglior materiale artistico acquistato in Inghilterra, e di una salute di ferro, “i Daniells” trovavano nelle loro imbarcazioni un mezzo di trasporto ideale e un rifugio sicuro, oltre al modo migliore di trasportare agevolmente provviste, portantine, carri e cavalli, marinai e servitori, tende e soprattutto l’indispensabile meraviglia dell’epoca, la camera oscura! Con le fotografie da questa prodotte potevano poi ultimare agevolmente in patria i loro schizzi e acquerelli, riproducendo i colori originali dei soggetti che avevano ritratto.

Oltre ai modesti finanziamenti del governo, i Daniells si autofinanziavano come restauratori di dipinti a olio altrui e con vendite all’asta delle loro opere. E fu così che le loro opere delle scene brulicanti di vita delle concitate stradine di Calcutta (1786), dei maestosi templi ricavati dalla pura roccia di Ellora (1793), della fortezza di Fatehpur Sikri, tutta rossa perché ottenuta dalla pietra arenaria rossa del luogo, dei grandiosi templi del sud dell’India e persino delle cime dell’Himalaya – presentate al pubblico inglese, riscossero un notevole successo, poiché mai prima di allora la misteriosa India aveva mostrato i suoi segreti. Tuttavia la variegata produzione dei Daniells -schizzi, bozzetti, disegni, stampe, acquerelli e dipinti a olio- raggiunse la fama mondiale solo grazie alla raffinata tecnica dell’acquatinta.

Questo procedimento, più complesso di quello dell’acquaforte, consisteva in un’incisione indiretta su fogli di rame con una matrice che stampava toni chiaroscuri di intensità controllata e di puntinatura molto minuta; l’acquatinta consentiva quindi di ottenere, come ultimo passaggio, l’intera gamma dei toni originali catturati dalla camera oscura che gli acquerelli non erano in grado di riprodurre.

Le immagini contenute nel capolavoro dei Daniells, “Oriental Scenery”, si poterono dunque replicare in serie di acquatinte che ottennero un successo senza precedenti, oltre ad approfondire la conoscenza della storia, la geografia, l’archeologia e l’architettura dell’India. L’architettura aveva oltretutto lanciato una moda esotica tutta particolare nel design, dando vita ad uno “stile indiano” adottato per alcuni importanti edifici pubblici inglesi.

1 – Tempio di Shiva, isola di Elefanta – 48 x 65 cm
(lo stesso soggetto è pubblicato nel libro: “India Yesterday and Today-Aquatints by Thomas & William Daniell”, di George Michell e Antonio Martinelli, Swan Hill Press, England, 1998, pag. 182 in basso):

Uno shivalinga nel suo santuario si porge alla devozione dei fedeli nel cuore di questo tempio scavato nella roccia, sorvegliato da coppie di enormi figure di guardiani poste lungo le entrate di accesso ai quattro lati. Il soffitto piatto è sorretto da belle colonne in parte lavorate, mentre l’ammasso di rocce collassate alla sinistra dell’immagine rivela quello che era un accesso naturale al tempio.

2 La moschea di Kanauj – 48 x 65 cm
(lo stesso soggetto è pubblicato nel libro: “India Yesterday and Today-Aquatints by Thomas & William Daniell” di George Michell e Antonio Martinelli, Swan Hill Press, England, 1998; pag. 92 a sin.)

I resti della moschea di Kanauj risalgono al VII-VIII secolo ma gli altri edifici eretti da Iraham Shah di Jaunpur datano 1406. Oggi il luogo si chiama Makhdum Jhanina, e presenta colonne, archi e sala di preghiera caratteristici dell’architettura musulmana prima dell’arrivo dei Moghul.

3  L’entrata del tempio di Indra Sabha a Ellora – 48 x 65 cm
(lo stesso soggetto è pubblicato nel libro: “India Yesterday and Today-Aquatints by Thomas & William Daniell” di George Michell e Antonio Martinelli, Swan Hill Press, England, 1998; pag. 193)

Il più grande dei templi jain  fu scavato nell’ultima fase di costruzione di Ellora e risale al Periodo Rashtrakuta, al IX secolo. L’accesso al tempio avviene oggi tramite la porta ricavata nel bel mezzo del muro di cinta, che ai tempi dei Daniells non c’era, per cui si riusciva a vedere bene l’altare e la colonna.

4Il tempio di Dhumar Lena a Ellora – 48 x 65 cm
(lo stesso soggetto è pubblicato nel libro: “India Yesterdayand Today-Aquatints by Thomas & William Daniell” di George Michell e Antonio Martinelli, Swan Hill Press, England, 1998; pag. 199 in basso)

Questo meraviglioso tempio-caverna data al VI secolo, al Periodo Kalachuri. La gradinata sud protetta dai leoni era stata bruciata quando i Daniells la videro; rimaneva però impressionante la sfilata delle infinite colonne che sostenevano il soffitto e che delimitavano i vari ingressi, lasciando filtrare la luce tra l’uno e l’altro. Le pareti laterali erano ricoperte da grandi figure scolpite e, come si vede nell’immagine, anche una fonte di preziosa acqua era a disposizione dei pellegrini.

5 Il tempio di Kailasanatha a Ellora  – 48 x 65 cm
(lo stesso soggetto è pubblicato nel libro: “India Yesterdayand Today-Aquatints by Thomas & William Daniell” di George Michell e Antonio Martinelli, Swan Hill Press, England, 1998; pag. 203 a ds.)

Fu Krishna I, il più potente dei sovrani Rashtrakuta, ad iniziare a metà dell’VIII secolo i lavori di scavo di questo che è il più grandioso tempio su roccia di tutta l’India occidentale. Nelle intenzioni del sovrano, si doveva vedere come se si stagliasse solitario sui tre lati della collina. Era un monumento complesso, formato da più edifici -il santuario, il colonnato, il padiglione del toro sacro Nandi- e sormontato da stupende terrazze di varie geometrie, ornate e protette da molte figure di feroci leoni.

Renzo Freschi - asian art
Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
Nessun commento

Inserisci un commento