La mia India
di Renzo Freschi

SCENA DI MERCATO
Rajasthan, forse Jaipur o Bikaner
1780 ca.  Tempera su cotone
cm. 100 x 300

Nell’estate 1977 ero a Nuova Delhi, dove andavo almeno due volte all’anno per visitare l’India e fare acquisti per il negozio che avevo aperto da un anno. Una delle mete era il mercato di strada che ogni fine settimana si teneva sotto le mura del Forte Rosso, un tempo residenza degli imperatori Moghul. Era un mercato dove si vendeva qualunque cosa usata, dai più umili utensili agli abiti di quinta mano e dove talvolta trovavo dei sari antichi, broccati di straordinaria qualità e dai colori che inebriavano gli occhi.
Una domenica, mentre scorrevo la fila dei venditori che esponevano la loro mercanzia per terra, vidi con la coda dell’occhio un pezzo di stoffa colorata mescolato a un cumulo di stracci che scrutavo con la speranza di scoprire qualcosa di interessante. Mi chinai e vidi che era una pezza di cotone dipinta a mano e iniziai a scioglierlo dalla matassa di stoffe. Non finiva mai, e più lo portavo alla luce più i suoi colori e le semplici figure che intravvedevo mi suggerivano mondi antichi e favolosi. Mi batteva il cuore per l’eccitazione ma non volevo manifestare il mio interesse perché l’acquisto era frutto di una contrattazione che  era una sfida psicologica tra il cliente, che voleva pagare il meno possibile e il venditore che, se leggeva nei tuoi occhi il lampo di desiderio, moltiplicava la cifra da richiedere. Così lo comprai velocemente, per evitare che qualcun altro potesse offrire di più.

Tornai in albergo, dove lo stesi per terra e finalmente potei osservarlo con attenzione. Era lungo circa tre metri per uno di altezza, dipinto su un pezzo di cotone tessuto su telaio a mano. Mi ricordava la felice fantasia della classica pittura del Rajasthan ma anche il fascino di certi affreschi italiani del ‘300. I colori brillavano per la loro purezza e le figure erano definite solo dai contorni, ma per quanto sbiadite, si intuiva ciò che stavano facendo. Cercai di capire chi rappresentavano le figure inserite in tutte quelle edicole e pensai subito alle attività dei bazar che avevo visto nelle cittadine del Rajasthan.
Il dipinto è composto da tre gruppi di botteghe separate da due strade dal fondo grigio dove si affollano uomini, donne e cavalieri in costume tradizionale, intenti a osservare le merci esposte, a discutere con i vari mercanti e a fare acquisti. Le donne non portano il classico sari ma il tipico costume locale composto da un’ampia gonna, un corpetto e uno scialle che copre testa e spalle. Si tratta di un affresco di vita vera e pulsante che riporta a un’epoca antica. Le botteghe hanno l’ingresso sormontato da un arco e sono tutte di colore diverso. Si vedono mestieri scomparsi, come il fabbricante di archi e altri, come lo scriba o il venditore di lampade a olio, ancora attuali all’epoca dei miei viaggi.

Felice della fortunata scoperta nascosi il mio tesoro nello zaino con cui viaggiavo a quei tempi e, tornato a Milano, lo feci pulire, fissare i pigmenti e montare come un quadro su un telaio protetto da una lastra di plexiglas. Lo esposi nella mia prima bottega nel cuore della Milano più antica, dove quelle forme e quei colori ricreavano l’India che amavo. Aspettavo un cliente con cui condividere quella gioiosa rappresentazione di un’India leggendaria ma dopo un paio d’anni decisi di tenermelo e di appenderlo alle pareti di casa, dove da allora vive con me. Ogni volta che lo guardo provo le stesse emozioni di allora e mi sento fortunato di aver potuto vivere e gioire di quelle scene dal vero. Per quasi 50 anni ho cercato di trovare informazioni sull’epoca, la scuola, la tradizione di questo “affresco di vita urbana” e inutilmente ho scritto a studiosi, visitato musei, letto quanto trovavo sulla pittura indiana, sempre senza risultato. Poi improvvisamente l’anno scorso venne a trovarmi Shreya Padmanabhan, una giovane studiosa indiana alla quale raccontai questa “storia infinita”.

Miracolosamente mi rispose di conoscere uno studioso che forse avrebbe potuto aiutarmi. Contattai immediatamente Sarang Sharma, il quale si rese disponibile a scrivere l’esauriente scheda che potete leggere qui sotto: a entrambi va la mia riconoscenza. Così il mistero fu svelato, e se al cuore era bastato uno sguardo per innamorarsi di questo dipinto, finalmente anche la ragione e la sete di conoscenza sono stati appagati.

SCENA DI MERCATO
di Sarang Sharma

Questo dipinto di grande formato su tela – un supporto spesso preferito in Rajasthan per composizioni narrative e topografiche, in particolare al posto della più comune carta a mano – offre una rappresentazione notevolmente strutturata e animata di un vivace mercato urbano. Realizzata probabilmente a Jaipur o Bikaner intorno al 1780, l’opera esemplifica l’interesse pittorico per la vita civile e l’ordine spaziale, reso con precisione e vitalità. La composizione è meticolosamente organizzata in una griglia di nove colonne verticali, ciascuna suddivisa in tre registri orizzontali, formando così una matrice di 27 scene discrete. Questa segmentazione architettonica facilita una visione panoramica e al tempo stesso compartimentata dell’attività mercantile quotidiana, funzionando quasi come uno storyboard che cattura il battito cinetico di un bazar rajasthani. Tre ampi percorsi attraversano la lunghezza del dipinto, delimitando ampie corsie lungo le quali una varietà di venditori staziona in piccoli chioschi. Mentre gli attributi visivi delle figure non distinguono immediatamente i bottegai dai clienti, la natura di ciascun mestiere è sottilmente segnalata attraverso spunti iconografici.

Un gioielliere espone ornamenti sulle pareti interne della sua bancarella; un commerciante di tessuti tesse filati, evocando i ritmi delle tradizioni artigianali locali; un profumiere siede serenamente accanto a boccette di profumo in miniatura; mentre un artigiano impegnato nella riparazione di archi ispeziona la sua merce con attenzione. Queste vignette sono animate dalle interazioni espressive tra acquirenti e venditori, il cui dinamismo rompe la sottostante simmetria formale del disegno. Tra i molti dettagli affascinanti del dipinto c’è un piccolo agnello bianco, raffigurato a metà del furto, che sgranocchia con visibile piacere l’assortimento fresco di un pasticcere (halwāī). Senza accorgersi dell’intrusione, si vede il venditore impegnato in una trattativa con un potenziale acquirente. Questo momento di dolce umorismo conferisce alla composizione un tocco di realismo e di pathos, coinvolgendo lo spettatore nel dramma umano che si svolge sul mercato. La disposizione ortogonale delle strade e le vetrine ripetitive riecheggiano l’organizzazione spaziale dei centri storici tradizionali del Rajasthan, molti dei quali continuano a funzionare in modo simile anche oggi. Ogni bancarella, resa in forma architettonica quasi identica, rafforza il senso di regolarità civica, amplificando al contempo l’interesse del pittore per la vita urbana quotidiana.

Il dottor Sarang Sharma è uno storico dell’arte e ricercatore specializzato nella pittura miniaturistica Pahari. Il lavoro di Sarang esplora le intersezioni tra estetica, iconografia e contesti socio-politici nell’arte indiana. Sarang è autore di numerosi saggi sulla pittura Pahari.

Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
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