DALL’OLIMPO AL NIRVANA
Renzo Freschi

Cari Amici e Lettori,
Franco Maria Ricci è stato uno dei più raffinati editori italiani, noto in tutto il mondo per l’elegantissima qualità delle sue pubblicazioni. Nel 1982 ebbe l’idea di creare FMR (“La rivista più bella del mondo”) che univa alla perfezione della stampa una esclusiva ricerca grafica e fotografica e argomenti spesso insoliti trattati con un taglio colto ma anche eccentrico. Mi sono sentito quindi onorato quando FMR mi ha proposto di scrivere un articolo sull’Arte del Gandhara per la nuova edizione. Ho cercato di adeguarmi allo stile della rivista attingendo non solo alla mia esperienza personale ma anche a quella di viaggiatori, scrittori e studiosi che prima di ma hanno esplorato e amato i luoghi dove duemila anni fa nacque l’arte del Gandhara; dove, come dice il titolo dell’articolo, “Apollo incontrò il Buddha”. L’articolo qui pubblicato per gentile concessione di FMR compare sul N° 3 della rivista, insieme ad altri contributi sul Gandhara da parte di celebri autori.
Buona lettura.

Gandhara: Oblio e riscoperta
Renzo Freschi

Per più di mille anni l’arte del Gandhara è stata dimenticata. Le città furono abbandonate e poi distrutte e i monumenti riutilizzati come materiale per nuove e ben diverse costruzioni. Il popolo, fervente buddhista, fu convertito lentamente all’Islam. Quando finalmente la curiosità di alcuni archeologi inglesi iniziò a riportare alla luce le prime sculture gandhariche, la meraviglia fu così grande da affascinare l’élite culturale di tutta l’Europa.
Anche il premio Nobel per la letteratura Rudyard Kipling (1865-1936), nato e vissuto in India fino al 1892, ne scrive nel suo famoso romanzo Kim (1901), raccontando la visita del Lama e di Kim al primo museo di Lahore: “Nel salone d’ingresso erano esposte le figure più grandi della scultura greco-buddhista, scolpite, solo i sapienti sanno quando, da sconosciuti maestri le cui mani ancora cercavano, e con una certa abilità, l’impronta così misteriosamente trasmessa dai greci”. Il pioniere dell’archeologia in India fu Alexander Cunningham. Nel 1863 ritrovò l’antica Taxila e allargò le ricerche all’area del Gandhara, regione che comprendeva parte dell’odierno Pakistan nordoccidentale e del confinante Afghanistan. A proseguire i suoi scavi fu John Hubert Marshall, un giovane e geniale archeologo al quale si deve la scoperta di Harappa e Mohenjo-Daro, centri della Civiltà della Valle dell’Indo (3000-1500 a.C.). Il suo libro The Buddhist Art of Gandhara, pubblicato postumo nel 1960, fu uno dei primi testi ad approfondire la nascita e lo sviluppo di quest’arte ma si basò sugli scavi effettuati decenni prima e solo sul versante indiano del Gandhara. Marshall vide nel Gandhara una preponderante influenza ellenistica, teoria che in seguito fu messa in discussione da nuovi scavi e scoperte. Nel 1919 il re dell’Afghanistan Amanullah Khan iniziò una serie di riforme con l’intento di modernizzare il Paese. Nella sua concezione modernista pensò anche di dare inizio alle ricerche archeologiche e aprì a Kabul il primo museo nazionale.

Buddha stante
Nord Pakistan, II-III secolo
Scisto
Torino, Mao, Museo di Arte Orientale

Buddha stante
Pakistan, antica regione del Gandhara, II-III secolo
Scisto
Roma, Museo delle Civiltà/Museo Nazionale di Arte Orientale
“Giuseppe Tucci”

Era tuttavia consapevole di non averne i mezzi e, in una astuta posizione di equidistanza tra Russia e Inghilterra, offrì alla Francia l’opportunità di eseguire degli scavi su tutto il territorio nazionale. Fu una scelta politica che ebbe straordinarie conseguenze, tanto che nel 1922 fu firmato un accordo ufficiale in esclusiva con la Delegazione Archeologica Francese. La direzione venne affidata a Alfred Foucher (1865-1952), uno dei maggiori archeologi e orientalisti del tempo. Foucher iniziò a scavare ovunque avesse la sensazione o le informazioni che avrebbe trovato qualcosa, ma il suo vero mentore fu il “Maestro della Legge” Xuangzang (602-664), che nelle sue Memorie delle Contrade Occidentali aveva annotato con precisione “millimetrica”

l’ubicazione e l’aspetto dei monumenti e dei monasteri buddhisti che aveva visitato. Foucher riportò alla luce Hadda, luogo in cui comprese che l’arte del Gandhara era molto più estesa di quanto si pensasse e che comprendeva anche parte dell’Afghanistan. Le straordinarie sculture che rivedevano la luce davanti ai suoi occhi, gli abiti di stile greco che indossavano, i volti apollinei dei Buddha scoperti tra le macerie degli stupa lo convinsero di trovarsi di fronte a un’arte che definì “greco-buddhista” e ad affermare che erano stati i greci per primi a dare un volto umano all’Illuminato.  Foucher è tuttora riconosciuto come il padre degli studi sul Gandhara anche se le sue teorie furono in parte disattese dagli scavi successivi.

Ma l’Afghanistan nascondeva tesori ancora più straordinari e divenne per alcuni decenni la Shangrila dell’archeologia. Gli scavi francesi proseguirono in situazioni di pericolo, con i mullah che sobillavano il popolo contro gli infedeli e briganti che depredavano parte dei reperti riportati alla luce come successe ad Hadda, dove furono ritrovate le più raffinate sculture in stucco della scuola gandharica: Buddha dal volto sublime, ritratti di bellezza idealizzata, corpi seducenti e sguardi di profonda spiritualità, talvolta ricoperti da colori brillanti come si usava in Grecia. Nel 1937 Ria Hackin, figlia del direttore degli scavi di Angkor Vat in Cambogia, con il marito Joseph, conservatore del Museo Guimet, iniziarono le ricerche a Begram, a sessanta chilometri dall’odierna Kabul e Capitale ,capitale nei primi secoli d.C. dell’antico regno di Kapisa. I primi scavi furono poco promettenti, ma quando Ria Hackin decise di spostare lo scavo trovò il più meraviglioso tesoro che avrebbe potuto sognare: raffinatissimi bicchieri di vetro dipinti con scene conviviali e di caccia, vasi di vetro soffiato blu cobalto, statuine in bronzo di provenienza greca e romana, lacche cinesi, e infine una serie di formelle in avorio intagliate con sensuali figurine femminili indiane, una delle quali è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Le ricerche archeologiche proseguirono con fasi alterne sino agli anni ’60, quando il re Zahir Shah (1914-2007) diede l’avvio a una nuova modernizzazione del Paese e all’apertura verso l’Europa e gli Stati Uniti. Nel 1962, durante una battuta di caccia nel nord del Paese (l’antica Battriana), si rinvennero, casualmente, due capitelli corinzi che permisero all’archeologo francese Daniel Schlumberger di ritrovare sulla sommità della “Collina della Luna” i resti della città di Ai Khanum. La scoperta fu fondamentale perché dalla pianta urbanistica e dalla traduzione di alcune epigrafi si scoprì che si trattava di una città greca fondata alla fine del IV secolo a.C. da Seleuco I, uno dei generali di Alessandro.

Buddha assiso in un rilievo architettonico, Nord Pakistan, II-IIIsecolo,Scisto
Torino, Mao, Museo di Arte Orientale

Ma la Storia, come già era successo, travolse allora nuovamente l’Afghanistan in una tragedia non ancora conclusa. Victor Sarianidi faceva parte della missione russo-afghana per gli scavi in Battriana ma non era né un ideologo né una spia: era un grande archeologo che aveva a cuore solo le  sue importanti scoperte. Nel 1978 decise di scavare una delle colline (tepe) del paesaggio battriano: la “Collina della Luna”, Tillya Tepe. In condizioni ambientali insopportabili, mentre scoppiavano le rivolte antigovernative e antirusse, Sarianidi riportò alla luce sei tombe con i corpi di cinque donne e un uomo avvolti in abiti cuciti con fili d’oro e ricoperti di gioielli d’oro di straordinaria fattura. Il “Tesoro Battriano” era composto da oltre ventimila pezzi: piccole placche applicate alle vesti, bracciali, fermagli; pendenti sbalzati con figure di guerrieri, divinità, animali, spesso con l’inserimento di turchesi, e monete che permisero di far risalire le tombe al primo secolo della nostra era. Il corredo funerario mostrava un’arte eclettica che comprendeva anche elementi cinesi, ellenistici e indiani oltre a quelli dell’arte delle steppe. I capolavori svelavano il mistero dell’arrivo di quelle orde nomadi che sconfissero il regno greco-battriano di Ai Khanum e proseguirono verso l’India, dove regnarono con il nome di Kusana. Nel 1979 l’esercito russo occupò l’Afghanistan. Iniziò la guerra di liberazione e gli scavi furono in gran parte sospesi; poi arrivarono i talebani che distrussero i Buddha di Bamyan, Hadda e la metà delle opere del Museo di Kabul. Ma questo appartiene a un passato recente che purtroppo è ancora attualità. Nel 1956 il governo italiano ha firmato con quello del Pakistan un accordo per la ricerca archeologica nell’antica regione del Gandhara. Era la prima volta dopo l’indipendenza del Paese he una missione straniera otteneva questo permesso e probabilmente avvenne grazie al prestigio che Giuseppe Tucci, il più famoso orientalista italiano, aveva in ambito internazionale. Gli scavi della Missione Archeologica Italiana, condotti per quarant’anni da Domenico Faccenna e tuttora attivi, si concentrarono nella Valle dello Swat, un’area ricca di monumenti buddhisti. I risultati ottenuti anche grazie a un approccio interdisciplinare sono stati molto importanti e hanno rafforzato la convinzione che la datazione delle opere gandhariche, che inizialmente si collocavano tra il I e il V secolo,    sia posteriore, tra il II e il IX secolo. Chissà se la ripresa delle ricerche in un futuro Afghanistan pacificato e nuovi scavi in Pakistan potrà portare a nuove scoperte.

L’arte greco-buddhista

Quando arrivai a Kabul la prima volta nel 1970 e visitai il Museo Nazionale dell’Afghanistan rimasi a bocca aperta di fronte a una serie di statue che mi sembravano greche o romane e nella mia giovanile ignoranza pensai che fossero l’esotica collezione di antichità classiche del re. Da allora continuo a immaginare lo stupore, sicuramente maggiore del mio, degli archeologi che, nel nord-ovest del Pakistan, verso la metà dell’Ottocento fecero emergere dal terreno dopo quasi duemila anni statue, torsi, teste, che se non fosse stato per il loro evidente soggetto buddhista sembravano arrivare dal Mediterraneo. Era l’arte di quella regione un tempo chiamata Gandhara.

Dopo aver sconfitto Dario e vendicato l’onore dei greci, Alessandro il Grande arrivò in Battriana per incontrare le comunità greche che gli Achemenidi per secoli avevano deportato dalle coste dell’Asia Minore per farne da baluardo contro le invasioni dei barbari. A quel tempo si riteneva infatti che la Battriana, allora ai confini degli odierni Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e Afghanistan, segnasse i confini del mondo civilizzato. Dopo aver sottomesso i regni ostili, fondato città con il suo nome e lasciato numerose guarnigioni, Alessandro si diresse a sud, nel Gandhara. Infine superato il Fiume Indo, pronto a conquistare l’India, fu costretto ad abbandonare il suo progetto di essere proclamato dio come era avvenuto al mitico Dioniso, per il rifiuto dei soldati di proseguire.

A quel tempo il Gandhara era una regione che comprendeva parte dell’attuale Pakistan del nord-ovest e dell’Afghanistan. Attraverso i suoi passi montani tra i quali il famoso Khyber transitavano le carovane che dall’India si dirigevano a ovest in Persia (e poi sulle coste del Mediterraneo), e a est in Battriana (e poi in Cina). Dopo la morte di Alessandro la regione, inizialmente governata dai suoi generali macedoni, entrò nell’orbita della dinastia Maurya che ne lasciò l’amministrazione ai re locali evitando guerre e garantendosi cospicui tributi.

Pakistan o Afghanistan , IV secolo, Stucco policromo
Roma, Museo delle Civiltà/Museo Nazionale di Arte Orientale
“Giuseppe Tucci”

Bodhisattva
Nord Pakistan, II-III secolo
Scisto
Torino, Mao, Museo di Arte Orientale

Busto di Bodhisattva
Nord Pakistan, II-III secolo
Scisto
Collezione Samuel Eilemberg
Foto Art Resources/Scala

Fu proprio durante questa dinastia indiana che il buddhismo si diffuse anche nel Gandhara. L’editto del 256 a.C. dell’imperatore Asoka, scoperto vicino all’odierna Kandahar in Afghanistan e redatto in greco e aramaico, dimostra la tolleranza verso i cittadini di origine greca e la diffusione ben oltre i confini indiani del buddhismo, al quale Asoka si era convertito. Nello stesso secolo le migrazioni di numerose etnie provenienti dalla Siberia meridionale costrinsero le comunità greche ad abbandonare la Battriana e a spostarsi nel Gandhara, dove la fine dei Maurya aveva lasciato un vuoto politico. Per circa un secolo i regni greco-battriani riuscirono ad arrestare l’ondata barbarica e contemporaneamente a estendere il proprio controllo a parte dell’India settentrionale.

I successi greci furono il risultato di una efficace abilità bellica ma anche di superiorità culturale e di esperienza amministrativa. In un territorio di frontiera, nel continuo confronto con etnie sconosciute e spesso ostili, gli yavana (il nome locale dei greci) mostrarono una grande capacità di adattamento: fu la combinazione di forza, flessibilità e una forte identità ellenica a permettere la nascita dell’arte del Gandhara.Nel 140 a.C. i greco-battriani furono sconfitti dagli Sciti e dopo alcuni decenni i Parti occuparono il Gandhara segnandone la fine come potenza egemone. Arrivò infine un’altra tribù nomade che conquistò l’odierno Afghanistan e tutta l’India settentrionale diventando una potenza imperiale: i Kusana.

Bodhisattva Maitreya,
Nord Pakistan, III secolo
Scisto
New York, Metropolitan Museum
Donazione Anneberg, Hazen Charitable Fund
Foto Art Resources

In generale le orde nomadi o “barbariche” avevano due differenti tipi di comportamento verso i popoli e i paesi che invadevano: saccheggiavano e distruggevano oppure governavano assimilando spesso i costumi degli sconfitti, come fecero i Kusana dal primo al terzo secolo. Kaniska (128 d.C.?), il più famoso dei sovrani Kusana, protesse il buddhismo e promosse la costruzione di molti monumenti e monasteri. Durante la dinastia Kusana il Gandhara divenne uno dei centri più attivi per la diffusione della Dottrina, che monaci missionari predicavano anche nell’Asia Centrale e in Cina. L’arte del Gandhara raggiunse il suo pieno sviluppo proprio sotto il dominio dei Kusana ed è in questa regione che, contemporaneamente alla scuola indiana di Mathura, il Buddha venne per la prima volta raffigurato in forma umana.

Nel terzo secolo la dinastia persiana dei Sasanidi occupò parte dell’Afghanistan. Per quasi due secoli il cambiamento non influì sull’ area indiana del Gandhara – dove grazie alla protezione dell’impero indiano dei Gupta continuarono ad affluire i pellegrini e vennero eretti nuovi monumenti, ma l’instabilità dell’Asia centrale iniziò a ostacolare il flusso delle carovane commerciali. Meno tolleranti furono infine gli Unni bianchi che invasero l’intera regione e distrussero un gran numero di monasteri. Verso la fine del VII secolo tutte le condizioni che avevano permesso al Gandhara di prosperare (commercio, centro di pellegrinaggio, tolleranza e stabilità) vennero a mancare, portando a un rapido declino e all’abbandono di molte aree urbane. Fino al XI secolo sopravvissero alcune comunità monastiche come quella di Bamiyan, famosa per i giganteschi Buddha distrutti dai Talebani nel 2001.

Prima di approfondire l’evoluzione e i caratteri dell’arte del Gandhara è inevitabile immedesimarsi nella sorpresa di chi riportò alla luce, a quattromila chilometri dalle coste del Mediterraneo e seimila da Atene, stature con abiti quadi identici a quelli dell’antica Grecia e il volto che si ispira alla bellezza Apollinea. E’ soprattutto questo aspetto così peculiare, insieme alla matura buddhista, a rendereunica l’artre del Gandhara in tutta l’Asia.
Il mesclarsi di differenti etnie e le risorse che provenivano dal transito di merci e di masse di pellegrini furono fondamentali per la nascita del fenomeno gandharico, ma forse non sarebbero stati sufficienti senza la componente culturale greca. Gli Elleni giungono alle porte del mondo allora conosciuto e appartengono a una civiltà che da più di un secolo ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza; gli scultori Prassitele e Lisippo, il pittore Apelle, i filosofi Demostene e Aristotele sono contemporanei di Alessandro. Dopo la conquista della Battriana e del Gandhara i discendenti del Macedone hanno ancora una salda identità greca, che si manifesta nell’impianto urbanistico delle città e ella produzione di manufatti di evidente tradizione e ellenistica.

Come l’arte del Gandhara non sarebbe nata senza l’apporto della cultura greca, allo stesso modo non avrebbe raggiunto la stessa importanza senza l’ispirazione del Buddhismo. La dottrina dello “Svegliato” (significato etimologico di Buddha) è una religione che aggrega le nuove classi del commercio e dell’urbanesimo e dà all’uomo dignità e speranza indipendentemente dalla casta o dalla condizione economica. Mentre l’induismo rimane legato al mondo rurale e a un rigido ordinamento sociale, il buddhismo si rivolge ai ceti urbani e propone un messaggio di tolleranza e di compassione che proprio per i suoi contenuti universali si espande anche oltre i confini dell’India. Se la tradizione estetica ellenistica è la forma del linguaggio gandharico, il buddhismo ne è il contenuto; l’arte del Gandhara, infatti, è arte sacra che dà forma al messaggio del Buddha.

Il Bodhisattva Maitreya nella posizione del loto
Nord Pakistan, II-III secolo, Scisto
Roma, Museo dele Civiltà/Museo Nazionale di Srte Orientale “Giuseppe Tucci”

Tra il primo e il secondo secolo avviene un fatto che cambia la storia del Buddhismo: per la prima volta il Buddha viene rappresentato in forma umana. Egli stesso aveva dichiarato di non essere un dio e di non voler essere raffigurato dato che la dottrina che permetteva di superare la sofferenza dell’esistere non poteva avere un’immagine umana. Il tabù fu rispettato sino ai primi secoli della nostra era quando una nuova corrente dottrinale, il Mahayana, si pose il problema di dare alle masse di fedeli la speranza di raggiungere la condizione di buddhità durante la vita terrena. Sino ad allora l’Illuminato era stato rappresentato attraverso simboli (l’albero sotto il quale Sakyamuni era diventato Buddha, il trono vuoto, la ruota della dottrina) ma mentre il linguaggio simbolico è leggibile soprattutto dagli iniziati, quello figurativo è immediatamente comprensibile da tutti e in una fase di espansione del buddhismo diventa un mezzo di propaganda e di diffusione della dottrina. Il tabù era infranto e lo scultore che per primo diede forma all’immagine del Buddha creò una icona così potente da imporsi in quasi tutta l’arte asiatica. Secondo studi recenti sembra che le prime statue del Buddha siano state prodotte prima nella città indiana di Mathura, antica capitale Kusana e immediatamente dopo nel Gandhara, a oltre mille chilometri di distanza. Tuttavia la contrapposizione tra chi affermava che erano stati i greco-gandharici a “inventare” l’immagine del Buddha (l’archeologo Alfred Foucher) e chi invece ne rivendicava l’origine indiana (Ananda K. Coomaraswamy) fu argomento di controversie per molti decenni.

Le due scuole (quella ellenistico-gandharica e quella indiana di Mathura) mostrano fin dall’inizio evidenti differenze stilistiche e formali. In generale le opere gandhariche guardano ai modelli classici con l’inserimento di elementi indiani e talvolta iranici. Anche il Buddha mescola caratteri greci e indiani: il viso si ispira alla bellezza di Apollo e ha un profilo greco; il mantello monastico ha un panneggio assolutamente ellenistico; gli occhi, lo sguardo, l’urna (neo tra le sopracciglia), i lobi allungati e l’usnisa (protuberanza cranica) fanno invece parte di quei tratti somatici, legati alla tradizione religiosa indiana, che differenziano l’Illuminato dai comuni mortali. Il Buddha e i bodhisattva assorbono caratteri anche di altre culture: i baffi sono di probabile origine Kusana e il nimbo o aureola, simbolo del potere spirituale che si irradia, appartiene alla tradizione iranica. Ecco quindi un altro merito dei maestri gandharici: aver saputo creare una icona che mescola elementi di diverse culture e che da tutte è immediatamente comprensibile. La scuola di Mathura predilige la frontalità e la ieraticità delle figure, che presentano così minore plasticità e una limitata varietà iconografica pur possedendo invece una potente impronta naturalistica.

Testa femminile
Pakistan, Valle di Swat, Area di Buktara, I-II secolo
Scisto verde
Roma; Museo delle Civiltà/Museo Nazionale di Arte Orientale
“Giuseppe Tucci”

L’arte del Gandhara viene comunemente divisa in due fasi caratterizzate dall’impiego di materiali diversi: nella prima, dal II al IV secolo, è usata soprattutto la pietra, uno scisto grigio-azzurro mentre nella seconda, dalla fine del IV al VIII secolo, sono preferiti lo stucco e poi la terracotta. Le opere in pietra hanno una evidente impronta classica: il panneggio degli abiti, il viso ovale dai lineamenti regolari, la leggera flessione di una gamba che accentua la sensazione di plasticità, l’inserimento delle scene in cornici di tipo architettonico con colonne e capitelli pseudo-corinzi, sono gli aspetti più evidenti dell’influenza dell’estetica greca e romana pur trasformata dal gusto locale. Da un punto di vista strettamente formale la scultura gandharica non guarda all’India; se fosse per il suo contenuto sarebbe ovviamente inserita nei testi di storia dell’arte buddhista ma probabilmente non in quella strettamente indiana. Ai soggetti classici, al Buddha e agli episodi più significativi della sua vita terrena si aggiunge la più importante figura del pantheon mahayanico, il bodhisattva. Incarnazione della compassione buddhista, il bodhisattva incarna l’ideale di un essere umano che arrivato sulla soglia della buddhità rinuncia alla saggezza suprema per aiutare gli altri uomini sulla strada della Conoscenza. Le due immagini – Buddha e bodhisattva- si assomigliano ma mentre la figura del Buddha segue un rigido schema iconografico il bodhisattva mantiene i simboli materiali della sua vita mondana: vesti principesche, ricchi gioielli e baffi, che raramente compaiono sulle labbra dell’Illuminato.

Da un punto di vista tecnico la scultura gandharica è strettamente legata all’architettura. Le opere infatti sono collocate all’interno e all’esterno di nicchie e cappelle, fissate alle pareti con malta, stucco e chiodi o tenoni; le basi degli stupa, il monumento buddhista per eccellenza, sono ricoperte da figure di varie dimensioni e   da rilievi in file continue e sovrapposte. I monumenti avevano una funzione sia devozionale sia didascalica; alle statue del Buddha e dei bodhisattva erano affiancati dei rilievi che illustravano episodi della vita del Maestro, in modo da trasformare le pareti in un grande affresco della Dottrina e dei valori buddhisti. Le sculture erano eseguite in generale in basso e alto rilievo, anche se la profondità dei volumi delle più grandi suggerisce in alcuni casi una lavorazione quasi a tutto tondo.

Lo scopo dell’arte non era solo illustrativo o celebrativo ma era anche quello di rafforzare nel devoto la suggestione del sacro. Questi effetti psicologici erano ottenuti con l’uso della prospettiva e di altri artifici tecnici. Ad esempio, le parti in ombra dei volti e dei corpi sono appiattiti e sfuggenti in modo da compensare la distorsione prospettica causata dall’osservazione dal basso verso l’alto o di lato. La sproporzione tra la figura principale e quelle laterali nei grandi altorilievi era il risultato di un simbolismo proporzionale che con un criterio gerarchico e spirituale ingrandiva il Buddha e i bodhisattva e riduceva le figure secondarie, soprattutto devoti e principi.

Tra il IV e il VI secolo diventa molto consistente la domanda di sculture e di rilievi per decorare i numerosissimi stupa, che vengono commissionati come testimonianza del pellegrinaggio e come segno di devozione. L’utilizzo dello stucco (un impasto di calce viva, acqua e altri materiali idonei a renderlo più consistente) risponde in modo più che soddisfacente alla cospicua richiesta di immagini, inoltre è più facile da lavorare dello scisto e più conveniente perché richiede meno tempo e meno manodopera. Lo stucco può essere modellato anche con matrici che permettono di replicare più volte lo stesso soggetto; è l’inizio di una produzione seriale che prevede la preparazione a stampo di elementi decorativi poi accuratamente rifiniti a mano, assemblati e fissati sugli edifici religiosi. L’uso del materiale plastico (tradizione che proviene da Alessandria, in Egitto, e da Palmyra, in Siria) è così apprezzato da sostituire quello della pietra. Spesso le sculture sono dipinte con colori vivaci in modo da far risaltare la ricchezza di abiti e di ornamenti; gli occhi e le labbra sono evidenziate con linee forti per dare volume ed espressione al volto; quello del Buddha talvolta è dorato. Il risultato, sicuramente suggestivo, era molto gradito dal gusto dell’epoca e può essere osservato in quelle opere che hanno conservato in parte o completamente la policromia originale. La scultura in stucco è caratterizzata da una riduzione dei temi e dei soggetti rispetto a quella in pietra. La propensione ad aumentare le dimensioni delle immagini, che possono raggiungere alcuni metri di altezza, e al gigantismo, come per esempio nel Buddha di Bamiyan (in Afghanistan) alto 53 metri, conferma la volontà di enfatizzare il potere ecumenico della figura del Buddha. Questo uso implica certamente una acuta conoscenza della psicologia della comunicazione, per la quale la semplificazione e la moltiplicazione della icona-messaggio la rende più comprensibile e ne rafforza la capacità persuasiva. In altre parole, quanto più grande e diffusa è l’immagine del Buddha, tanto più efficace risulta il suo messaggio. La produzione in stucco abbandona la rigidità delle opere in pietra e mostra una tendenza al recupero dei canoni estetici di tipo ellenistico-romano. Le figure appaiono flessuose e morbide nel modellato anche se non hanno la ricchezza del panneggio di quelle in pietra. I corpi mostrano un realismo più idealizzato che umano. Il viso diventa più ovale e acquista volume; quello del Buddha ha lo sguardo distaccato dal mondo e rivolto alla propria interiorità. Pietra e stucco sembrano sollecitare nell’osservatore differenti reazioni psicologiche: più forti e solenni le prime, più legate alla suggestione e al sentimento le altre.

Tra i materiali usati per la scultura la terracotta compare in un’epoca più tarda rispetto allo scisto e allo stucco ma permette di realizzare statue di maggiori dimensioni e composizioni narrative più articolate. Inoltre il materiale è facilmente malleabile e lo scultore può creare opere di maggior realismo e spesso di forte espressionismo. Dove le condizioni ambientali non permettevano l’uso della pietra e dello stucco come nelle isolate comunità monastiche, era più facile ricavare celle e cappelle sulle pareti della montagna e le immagini sacre erano spesso di argilla cruda o cotta come nelle grotte di Dunhuang, nel Xinjiang cinese e probabilmente a Bamiyan, dove però rimangono solo pochi affreschi. Decisamente più rare delle altre, le sculture in terracotta si differenziano anche per lo stile e i soggetti raffigurati. Purtroppo non esiste una letteratura specifica sull’arte gandharica in terracotta e anche nei testi più specialistici poche sono le opere pubblicate, soprattutto teste e rare figure complete. Appartenevano probabilmente a grandi scene devozionali dove il Buddha era circondato da bodhisattva, dei, sovrani, soldati e semplici devoti, ognuno con una propria fisionomia: un affresco in tre dimensioni di figure divine e di varia umanità.

L’elemento che emerge da quei visi è la ricerca ritrattistica, come se gli artisti avessero scelto questo materiale per esprimere la loro creatività senza vincoli iconografici e liberi di enfatizzare il carattere dei personaggi. Mentre le teste in scisto e stucco sembrano adeguarsi a un modello che viene replicato con poche variazioni, quelle in terracotta hanno una straordinaria varietà tipologica, infatti non se ne conoscono due identiche o addirittura simili. E’ praticamente impossibile stabilire una cronologia precisa delle opere; si conoscono solo sei o sette sculture in scisto datate e pochissime fonti epigrafiche e storiche. L’arte del Gandhara mantiene una certa coerenza estetica con le sue origini per circa cinque secoli e non conosce il lento procedere verso la decadenza, con la conseguente produzione di opere “tarde”. Quando le distruzioni degli invasori e la scomparsa del buddhismo in India tolgono linfa vitale all’economia della regione scompare rapidamente anche la produzione di opere d’arte; reminiscenze gandhariche rimangono sino al VIII/IX secolo nel Kashmir indiano e in quella vasta parte dell’Asia Centrale chiamata Serindia, ma sono opere che indipendentemente dal loro valore estetico non riguardano la vera arte del Gandhara.

Testa del Principe Siddharta (?), Nord Pakistan, II secolo, Marmo
Ginevra, Collezione George Ortiz
Foto Eric Lessing/Album/Mondadori/Porfolio

Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
2 Commenti
  • Marco Venanzi
    Pubblicato alle 18:35h, 07 Ottobre Rispondi

    Molto interessante!

  • Magda Rocci
    Pubblicato alle 20:08h, 08 Ottobre Rispondi

    Caro Renzo,

    ho festeggiato il rientro a Milano, con la lettura del bellissimo e coinvolgente articolo. Mi ha fatto sognare

    le terre amate e ormai irrangiungibili. Senza dolore e con buddhistica serenità. Dunque grazie.

    Saluti affettuosi

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