ARTE TRIBALE DEL BASTAR
di Renzo Freschi

Lo sapete che vaste aree dell’India sono da sempre abitate da gruppi etnici definiti  nel 1930 Adivasi, termine sanscrito che significa aborigeno, autoctono, nel senso di popolazioni presenti ben prima dell’arrivo delle invasioni indo-ariane? Furono gli inglesi che nel XIX secolo scoprirono alcune di queste popolazioni anche se il loro censimento iniziò solo dopo l’indipendenza (1947). Protetti per secoli da un ambiente molto ostile, con giungle e aspre colline che ne rendevano quasi impossibile l’accesso, fu solo dagli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che il governo centrale, antropologi e molti musei europei e americani riconobbero finalmente a questi popoli una maggiore dignità.

A partire da quegli anni, e ancor più dall’inizio di questo secolo, lo sviluppo economico e delle comunicazioni che sta trasformando l’India intera ha influenzato anche gli Adivasi portando indubbi benefici ma anche cambiamenti che potrebbero minare la loro identità. La regione dove è tuttora presente un’importante concentrazione di gruppi tribali con costumi e culti differenti si chiama Bastar e occupa una vasta area dell’India centrale.

 Due statuine della dea Dantesvari (?)
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
H. cm 16 e 20

Questi gruppi un tempo di cacciatori-raccoglitori e ora di agricoltori e lavoranti mantengono culti e credenze proprie nonostante la penetrazione della religione indù. Sono fondamentalmente animisti che  in alcuni casi rappresentano la divinità con un simbolo che varia da etnia ad etnia.. Più frequentemente hanno un pantheon con figure di divinità identiche ma  spesso venerate con nomi diversi  E’ un’iconografia “fluida”, che in particolari occasioni vede gli indù venerare divinità tribali e viceversa. Le statue Bastar sono prodotte come doni per il tempio, in genere un semplice altare all’aperto sommariamente coperto dove sono accumulate tante immagini, oppure come offerta per ottenere dalla divinità una grazia particolare. Nel caso la preghiera non venga esaudita l’immagine viene ripresa e rivenduta, una pratica di spontaneo pragmatismo.

Le statue vengono prodotte da una casta di artigiani specializzata nella produzione di manufatti in metallo: statue di divinità come anche oggetti d’uso.  L’aspetto particolare è che le immagini sacre vengono descritte a chi le esegue materialmente da un sacerdote o medium che le ha visualizzate in sogno, pratica che ricorda alcune tradizioni sciamaniche.

Pardesin Mata (?)
India, Bastar
Prima metà XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
H. cm 20

La tecnica usata dagli artigiani è quella della cera persa, che consiste nel modellare dell’argilla o altro materiale inerte con la forma abbozzata dell’oggetto che si vuole ottenere. Questa forma viene ricoperta con uno strato di cera lavorata con maggiore cura, a sua volta ricoperta con una camicia di argilla. L’insieme viene poi posto sul fuoco, il calore fa colare la cera attraverso le aperture appositamente create e lo spazio vuoto viene riempito dal metallo fuso colato nelle stesse aperture. Una volta raffreddata, la camicia esterna viene rotta ed emerge la statua, che è infine rifinita e cesellata a mano. E’ una tecnica antichissima ancora praticata da molte culture di Adivasi, che può essere eseguita ovunque e con risorse limitate.

Lasura Ravana
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
H. cm 30
Collezione privata

Divinità con quattro braccia
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
H. cm 13

Telangin Mata (?)
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
H. cm 16

 Mata Devi   
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
cm. 16

Queste informazioni, indubbiamente utili per una minima conoscenza della cultura delle etnie del Bastar, non hanno tuttavia ancora affrontato l’aspetto che più affascina della loro arte: lo stile e la forma delle loro statue.
La prima volta che vidi queste statuine della collezione Berger mi chiesi se fossero immagini di robot, di alieni, oppure di extraterrestri inventate da qualche disegnatore di fantascienza. Il loro aspetto così crudo e naif aveva e ha un fascino irresistibile per chi, come me, è abituato alla perfetta armonia delle classiche statue indù, dove il sacro ha regole rigidissime che aspirano alla perfezione. Così questa statuine sproporzionate, dai corpi goffi interamente ricoperti da bizzarri ornamenti, protette da aureole che escono dalle spalle, dagli occhi strabuzzati, dalle spalle larghe da lottatori e i fianchi sottili da ballerine appaiono come invenzioni di una fantasia libera, onirica ma anche gioiosa perché sono infatti tutte immagini di protettori, anzi di protettrici, dato che sono quasi sempre figure femminili.

Due figure su un’altalena
India, Bastar, metà XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
Cm 10 x 11

Le sette Dee madri
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
cm 7 X 12
Collezione privata

Questo stile unico e caratteristico dei “bronzi” (in realtà fatti di ottone) Bastar ha origini che risalgono all’XI-XII secolo, quando alcune zone della regione furono occupate dall’esercito di un sovrano indù che fece costruire dei templi nello stile classico dall’architettura indù. Le maestranze che dovevano decorare le pareti dei templi con le immagini delle divinità non erano tuttavia all’altezza del compito e il risultato fu di figure squadrate, stilizzate, copiate “a memoria” da esecutori che erano modesti artigiani. Ma queste statue divennero lentamente un modello “regionale” con una differenza: quelle in pietra mantennero nei secoli lo stile originale, mentre quelle in metallo degli Adivasi elaborarono forme più libere e spontanee, uno stile che non era più la copia maldestra di una scultura classica ma una forma originale tribale da considerare autentica arte.
L’arte del Bastar non si limita tuttavia alle bizzarre figure che rappresentano il pantheon delle varie tribù ma si esprime anche nella cultura materiale che comprende tutti gli oggetti d’uso quotidiano e rituale. Si nota tuttavia una interessante differenza perché mentre le statue delle divinità hanno forme crude e finiture imprecise gli oggetti d’uso mostrano un notevole senso estetico e formale. Avviene quindi che un artigiano particolarmente abile produca, sempre con la tecnica della cera persa, degli utensili come questo misuratore di granaglie, dove i sottilissimi fili di metallo creano un intreccio arricchito da forme geometriche -rombi, piastrine, rosette- che lo rendono una raffinata opera d’arte.

da sin. a ds.

Khanda Kankalini (?)
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
cm 10

Misura per granaglie 
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa
Cm 13 x 16 diam.

Due divinità femminili
India, Bastar, XX secolo
Ottone, fusione a cera persa.
H. cm 11 e 12

Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
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