Parigi: FENDRE L’AIR, l’Arte del Bambù in Giappone

Avete mai impiegato tre ore per vedere una mostra per poi tornare una seconda volta? È quello che è successo a me visitando “Fendre l’Air, l’arte del bambù in Giappone”. Ogni passo era una scoperta, ogni opera un’emozione…

Mi ero avvicinato all’arte del bambù giapponese nel 2016 quando avevo organizzato “Intrecci Giapponesi”, la prima mostra sull’arte del bambù in Italia, ma l’esposizione di Parigi mi ha svelato altri segreti, altri artisti , altre prospettiva di questo “passeggero clandestino” come Stephane Martin, direttore del Museo Quai Branly-Jacques Chirac di Parigi definisce l’arte del bambù nella prefazione del bel catalogo.
“Passeggero clandestino” perché persino in Giappone quello del bambù è stato considerato per molti secoli un artigianato troppo povero e anche troppo popolare per assurgere al rango di arte come invece era avvenuto per le lame, le lacche, i tessuti, la ceramica.
In effetti – nonostante la lavorazione di questo materiale abbia una tradizione millenaria – fu solo nella seconda metà del ‘800 e dopo la seconda guerra mondiale che le opere prodotte dagli artigiani del bambù iniziarono a essere considerate espressione d’arte.

La mostra è divisa in due sezioni principali: la prima presenta “la storia” dell’apprezzamento del bambù e degli artigiani che dalla metà del XIX secolo lo seppero trasformare da semplice strumento per la produzione di utensili (cesti, contenitori per fiori e poche altre tipologie) in una vera arte; la seconda è una collettiva di sette tra i più importanti artisti contemporanei che usano questo materiale.
La storia del bambù in Giappone non è legata solo alla produzione di cesti, canestri, vassoi, contenitori per uso quotidiano o rituale ma anche all’uso del tè, introdotto dalla Cina già nel X secolo e ben presto entrato nelle abitudini delle élites aristocratiche e poi delle classi abbienti. Considerata una bevanda dalle qualità curative per il corpo e lo spirito, la degustazione del tè acquistò lentamente una ritualità che si svolgeva in ambienti dedicati con decori e strumenti particolari.

Nacquero due scuole “di pensiero”: la prima è soprannominata “Matcha” dal nome giapponese del tè polverizzato. Gli adepti di questa scuola trasformano la degustazione in una esperienza iniziatica con una valenza spirituale che addirittura trascende il gusto per la bevanda. Ogni gesto è controllato, ritualizzato come un’arte marziale che invece di armi prevede teiere, tazzine e pochi utensili funzionali alla cerimonia. Nella scuola “Matcha” di puro stile giapponese è evidente il legame con il buddhismo zen.  La seconda è chiamata “Sencha” per un diverso modo di trattare le foglie di tè, si ispira alla tradizione cinese e raccoglie raffinati degustatori che si ritrovano per condividere il piacere del palato ma anche della compagnia.

Il cuore di questa prima sezione di “Fendre l’Air” è la ricostruzione di due distinti ambienti dedicati a queste due scuole. Sono spazi simili – solo un adepto riesce a percepire il formalismo e la sottile maggiore sobrietà di quello “Macha”- che contengono entrambi vasi per ikebana, cestini, piccoli contenitori per il tè, vassoi , e pochi altri oggetti di bambù creati da artigiani-artisti che hanno dato alle loro opere una forma speciale per un momento speciale.

In questa sezione “storica” la selezione dei curatori si è indirizzata verso quegli artisti che – pur nel rispetto della tradizione – hanno sperimentato forme e tecniche innovative rispetto a una produzione ordinaria.
In questo senso l’opera che più mi ha colpito si chiama “Morikago” di Suzuki Kyokushosai (1972-1938). È una specie di vassoio composto da una ventina di rami di rattan di differenti spessori lunghi circa 120 cm. legati alle estremità, che si allargano al centro in una forma concava ovale destinata a contenere dei dolci. Il risultato è un fascio di rami che sembrano accostati casualmente, ma l’insieme di tralci grossi e sottili, lisci e nodosi che si sovrappongono crea una forma di sublime equilibrio e di assoluta modernità.

Di Lizuka Rokansai (1890-1958), considerato il più grande degli innovatori, colui che ha trasformato il bambù da materiale d’uso a opera d’arte è esposto un considerevole numero di opere, soprattutto contenitori per ikebana che incantano per la tecnica e l’inventiva. Immaginare i suoi “cestini” ornati da un fiore o un tralcio di verde è come ascoltare una poesia o un suono puro che attraversa la mente. L’opera che più mi ha colpito è una sorta di vaso di medie dimensioni, senza manico, con il collo costruito da fitti bastoncini dal disegno regolare che si allarga a raggera e si unisce al corpo sferico fatto da un largo intreccio caotico di strisce di rattan : immagine dell’apparentemente insolubile contrasto tra ordine e caos. Ma la soluzione che stupisce per il coraggio inventivo è che il fondo è schiacciato da una parte in modo che il “vaso” invece di essere “in asse” come di solito quasi tutti i vasi, è piegato su un lato a 45°come una delle paradossali domande zen che cercano di rompere l’ordinario ordine della mente.

La seconda sezione raccoglie opere di 7 tra i migliori artisti contemporanei, molti dei quali si staccano nettamente dalla tradizione per produrre lavori che posso essere considerati vere e proprie sculture. Spesso sono forme astratte, ottenute con sottilissimi intrecci, così leggere che basterebbe il battito d’ali di una farfalla per immaginarle muoversi, roteare, librarsi nell’aria, espandersi e poi restringersi.
Nagakura Ken’ichi (1952-2018) usa un bambù laccato di colore scuro con un intreccio compatto e pieno di rilievi, tanto da dare al materiale la concretezza di una scultura costruita con lo scalpello.

Morigami Jin (n.1955), Sugiura Noriyoshi (n.1964) e Honda Shoryu (n.1951) si confrontano con l’impalpabile, creando veli di midollino che sembrano muoversi come ali, aggrovigliarsi senza perdere leggerezza, torcersi con l’eleganza di un danzatore a corpo libero.

L’ultima opera che voglio segnalare è di Yonezawa Jiro (n. 1956): una grande forma ovale, un baccello alto un metro, vuoto all’interno, costruito con larghi fasci di bambù laccato di rosso che si intrecciano come in una spirale senza fine. Jiro l’ha chiamata Daruma, l’Illuminato indiano che ha introdotto il buddhismo zen in Giappone e la somiglianza con la figura stilizzata del santo di alcuni dipinti zen è in effetti immediata.

I lavori di questi sette artisti sono accompagnati da altrettante videointerviste nelle quali raccontano le proprie storie, il sentimento che li porta a tagliare, piegare, intrecciare le fibre di bambù per dare forma a ciò che hanno nel cuore e nella mente. Ritratti di grande e aperta umanità che contraddice in questo caso lo stereotipo di un carattere giapponese controllato e irraggiungibile.

Quello che ho descritto sono solo gli aspetti che più mi hanno colpito di una mostra talmente ricca di informazioni, apparati didattici e opere, che ho voluto visitarla una seconda volta.
Renzo Freschi

FENDRE L’AIR, l’Arte del Bambù in Giappone
Parigi, Musée du Quai Branly – Jaques Chirac
27 ottobre 2018 – 7 aprile 2019

Renzo Freschi
Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
Nessun commento

Inserisci un commento