Orizzonti

di Theresa Liu

 

Rosso

Quello che ricordo del mio viaggio in Yunnan di quarant’anni fa?… terra rossa che dai fianchi delle colline invade la strada….rosso onnipresente che mi lascia un ricordo profondo e che ricerco ancora in questo nuovo viaggio…

Anche stavolta il rosso è ovunque. Terreno che sostiene le montagne di pini, querce e rododendri selvatici e i campi coltivati a patate, grano saraceno, tabacco e mirtilli. Terreno coltivato nell’ambito di progetti paesaggistici di villaggi i cui abitanti piantano aiuole di fiori per rendere più belle le loro comunità e per prepararsi all’arrivo del turismo.

La provincia dello Yunnan nella Cina sud-occidentale è delimitata dagli altopiani tibetani a nord-ovest e dalle foreste pluviali tropicali fino ai confini con il Myanmar e il Laos a sud-est. Lo Yunnan ospita un terzo delle minoranze etniche della Cina, molte delle quali restano fortemente legate alle loro identità etniche e culturali.

Il mio secondo, recente viaggio è cominciato nella capitale della provincia, Kunming, una metropoli di cinque milioni di persone in cui l’attrazione principale, la Foresta di Pietra, presenta fitte colonne di calcare alte anche 30 metri che le danno l’aspetto di una Foresta Pietrificata. Prima dell’assalto del turismo la zona era il territorio della minoranza Sami, che in gran parte viveva con la coltivazione delle prugne, ma ora molti lavorano nel sito come guide, custodi e venditori di souvenirs.

Indaco

Un treno superveloce mi porta a Dali, città a 328 chilometri a nord-ovest di Kunming e capitale della minoranza Bai. Lasciata l’animatissima città nuova mi trovo in una tranquilla valle dove l’architettura ridiventa tradizionale, in stile cinese con tetti di tegole e cornicioni ricurvi. Gli edifici di fango e canne sono imbiancati, hanno frontoni decorati con grandi motivi dipinti a mano di ricciolute nuvole blu e di fiori di loto stilizzati.

Nella città vecchia la strada principale è fiancheggiata su entrambi i lati da piccoli negozi e ristoranti, mentre nelle viuzze strette si trova un guazzabuglio di edifici religiosi: templi buddhisti e taoisti, una moschea islamica e persino una chiesa cattolica all’interno di un ex tempio cinese.

Una passeggiata serale affina le mie papille olfattive col profumo di rose mentre passeggio tra venditori di gioielli d’argento, di thermos da the decorati, di batik e di vestiti tinti a nodi in blu e bianco; il profumo di fiori riempie l’aria e mi fa persino perdere interesse nei dolci al gusto di rosa.

Sempre a Dali assisto al bellissimo Festival delle Fiaccole, unantica usanza popolare celebrata da molti gruppi etnici della regione. Siccome si crede che il culto del fuoco scacci gli spiriti malvagi e protegga la crescita dei raccolti, nel centro di molti villaggi si accendono grandi torce di legno di pino seccato, a cui sono attaccate bandierine con parole di buon auspicio. Durante il giorno le feste prevedono canti e danze tradizionali, corse di cavalli, cibo e bevande, ma al calare della notte si accendono queste grandi torce su cui gli abitanti gettano scoppiettante resina di pino; poi altra folla si aggiunge alla festa, sfilando con torce più piccole per le strade e per i campi.

Cristallo

Lijiang è la prossima tappa e lungo la strada ci fermiamo a Shaxi un delizioso villaggio lungo la Tea Horse Road dove per secoli erano passate le carovane che trasportavano il the dallo Yunnan meridionale al Tibet e alla Cina interna.

Lijiang è la principale attrazione turistica dello Yunnan e dopo il forte terremoto del 1996 la città vecchia è stata ricostruita e ingentilita con giardini e vie lastricate. Le porte di legno, le imposte e le facciate degli edifici sono state imbellite con figure intagliate di fiori, viti e uccelli. Molte case di famiglia sono state convertite in guesthouses, altre vendute o affittate a gente non del luogo che le hanno trasformate in caffé e negozi di souvenirs.

La mia guida locale mi accompagna al Wangu Lou Pavilion, una struttura alta 33 metri sulla Lion Hill, il punto più alto della città vecchia, dove vengo però premiata da una splendida vista di case con i caratteristici tetti a tegole grigie e  i cornicioni ricurvi. Mentre ci aggiriamo sulla terrazza panoramica, la mia guida fa commenti su Lijiang, la capitale della minoranza Naxi a cui lui stesso appartiene.

Nominata “UNESCO World Heritage Site” nel 1997, Lijiang è balzata in seconda posizione come la più bella città cinese in stile antico. È l’unica città asiatica nelle prime dieci al mondo per la qualità dell’aria. Nella società tradizionale Naxi, le donne dominano su tutti gli affari domestici e sull’economia famigliare, ma nonostante questa notevole autorità sono proprio loro a svolgere gran parte del lavoro domestico e agricolo. La difesa della natura è il principio cardine della cultura Naxi, rafforzato dalla religione Dongba

Durante il mio soggiorno nella zona mi imbatto varie volte nel nome di Joseph Rock, così visito il villaggio di Yuhu, sede della sua casa e del museo. (Per maggiori informazioni su Joseph Rock e i Naxi, si veda l’articolo di Renzo Freschi “Joseph Rock, Ezra Pound e Shangrila”). Rock era un botanico e un esploratore austro-americano che visse nella regione, a diverse riprese, tra il 1922 e il 1945. Scrisse reportages per il National Geographic sulla ricchezza della flora regionale e sulle minoranze etniche. I suoi articoli ispirarono l’autore James Hilton a scrivere Orizzonte perduto (Lost Horizon), in cui fu inventato il regno mistico di Shangri-La. Decenni più tardi gli articoli di Rock ispirarono il poeta Ezra Pound e alcuni versi dell’ultimo dei Cantos riprendono la descrizione della paradisiaca terra dei Naxi fatta di aria limpida, acqua di sorgente e foreste lussureggianti. “E sopra Li Chiang, la catena di monti innevati è turchese, il mondo di Rock che egli ha preservato per la nostra memoria è una traccia sottile in alto nel cielo” (dal Canto CXIII, Ezra Pound).

Rifletto sull’importanza che ha la natura per i Naxi grazie a un fatto di cui mi parla la mia guida, che tutte le settimane va a una sorgente naturale a prendere 36 litri d’acqua che a sua nonna servono per cucinare e preparare il the. Arriva il giorno in cui un temporale terribile ci inzuppa completamente mentre visitiamo l’antico villaggio di Shuhe, ma il brutto tempo non gli impedisce di portarmi alle sorgenti, cioè alla fonte delle acque che attraversano il villaggio. Per lui è essenziale che io le veda, e il giorno dopo, sotto un cielo blu, ritorniamo per vederle meglio: cristallo, appunto!

Verde

La mia meta finale è più a nord, nella città di Zhongdian, a 3160 metri. Con un’astuta mossa per attirare il turismo, nel 2001 il nome è stato cambiato in Xiang Ge Li La, meglio noto in tutto il mondo col leggendario appellativo di Shangri-La.

 

Sin dalla pubblicazione di Orizzonte perduto nel 1933, Shangri-La è sempre stato sinonimo di paradiso terrestre. Non c’è stata alcuna traduzione cinese del romanzo degna di nota fino ai primi anni ’90, ed è allora che il governo locale scopre la somiglianza del mitico regno con la città di Zhongdian, ne capisce l’importanza ai fini del turismo e impone il nuovo nome!

I Tibetani prevalgono sul gran numero di gruppi etnici di Shangri-La. Nella parte nord della città, di recente sviluppo, ci sono molti negozi di articoli per l’outdoor che riforniscono i visitatori che vengono qui a cimentarsi con i sentieri di montagna. Questa zona della città è fatta di edifici nuovi ma in stile tradizionale tibetano di forma quadrata, con le travature dipinte sotto il tetto. Sopra a molte finestre si vedono sventolare le tipiche bandierine di stoffa colorata.

Fuori città animali di campagna – yak, maiali, capre e polli – vagano liberi sull’erba a lato delle strade. Le onnipresenti montagne boscose riempiono costantemente la vista. Visitando i templi buddhisti ho imparato a entrare nei sacri edifici da sinistra e a fare il giro delle sale in senso orario. Per la prima volta ho fatto girare le grandi e pesanti ruote piene di rotoli di preghiere; ad ogni giro era come se le preghiere contenute salissero simbolicamente al cielo, come se le avessi recitate io stessa.

Ho mangiato carne di yak saltata con verdure e assaggiato il formaggio di capra fritto dal gusto leggermente dolce. Molti piatti erano fortemente speziati con peperoncino secco, per cui apprezzavo molto le semplici frittate di uova strapazzate e pomodori e infine ho anche bevuto il the al burro—decisamente un gusto a cui si deve fare l’abitudine. Verso sera, una musica allegra nella piazza principale dà l’avvio alla quotidiana danza in tondo, e tutti, abitanti e turisti, vi partecipano spontaneamente. Ed è facile farsi prendere dagli ampi movimenti ondeggianti dei danzatori.

L’ultima tappa prima di tornare a casa è Hong Kong. Per pura coincidenza il mio hotel è lo Shangri-La di Kowloon. Tutte le sere -quando torno alla mia bella stanza con vista panoramica dell’isola di Hong Kong Island oltre il Victoria Harbor- trovo un bigliettino sul mio cuscino con un piccolo brano di Orizzonte perduto. Questi brani mi ricordano che, pur non essendo più tra le braccia di Shangri-La, il suo fascino perdura, e mi culla in un sonno ristoratore.

Per più di due settimane non ho avuto altro obbligo che quello di incontrare la guida locale e seguire il programma del giorno. Sto riordinando le sensazioni che ho provato; alcune saranno rimosse, come lo fu la “Artemisia Arundinaria mondata nel vassoio del destino” (dal Canto CXII, Ezra Pound).

 

È il dono dei viaggi memorabili: questo ha fatto sì che l’aria incontaminata e le acque chiare mi rimanessero in mente a lungo anche dopo la fine del mio soggiorno.

Renzo Freschi - asian art
Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
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