Venezia: IDOLI il potere dell’immagine

Ricordo che quando vidi per la prima volta una statuina delle isole Cicladi rimasi stupefatto, nella mia giovanile ignoranza, quando seppi che non si trattava di un’ opera di Brancusi o di Modigliani ma che aveva circa 5000 anni e proveniva dal Mar Egeo.

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Da allora il fascino di quelle statuine ha segnato la mia professione divenendo per me un archetipo estetico perché la loro bellezza eterna, essenziale e perfetta, sembra coniugare il passato remoto dell’arte al presente e anche al futuro. Proprio per questo non ho potuto mancare la mostra -purtroppo appena conclusa- che la Fondazione Ligabue ha organizzato a Venezia.

“IDOLI, il potere dell’immagine” è uno straordinario viaggio che dal V al II millennio a.C. porta “alle origini delle raffigurazioni del corpo umano” come scrive Inti Ligabue, presidente della Fondazione.

L’apprezzamento estetico di queste antichissime figure non deve tuttavia farci dimenticare che esse erano prima di tutto degli idoli,vale a dire delle forme che incarnavano il senso del divino e del mistero soprannaturale sempre vivo nella mente dell’uomo.

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Il panorama delle cento opere esposte parte dalla Penisola Iberica per arrivare sino all’Asia Centrale e alla Valle dell’Indo attraverso il Mediterraneo, l’Asia Anteriore e la Penisola Arabica. Passando da vetrina a vetrina e da Paese a Paese, si osserva che la quasi totalità di questi manufatti rappresenta delle figure femminili; per questo forse non sarebbe stato azzardato sottotitolare la mostra “Quando le donne erano Dee-Madri”: per sottolineare il potere misterioso del genere femminile nelle società di quei tempi.

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Dopo il II millennio a.C. tuttavia la produzione di questa immagine femminile iniziò a scomparire o meglio fu assimilata nel pantheon delle religioni “strutturate” e l’importanza della Dea Madre venne soppiantata da quella del Dio-uomo-padre.

Poco si sa sul significato e sulla funzione di queste statuine, se non che erano fondamentalmente oggetti di culto pubblico e privato legato ai rituali o anche alla sepoltura di importanti membri della comunità.

Il carattere stilistico comune a quasi tutte queste statue è la stilizzazione del corpo, che talvolta assume una forma astratta. Raramente si osserva una ricerca naturalistica, forse perché il valore metafisico di queste figure passava attraverso un processo di idealizzazione del corpo umano inteso a riflettere il divino.

Esistevano varianti molto diverse legate alla diversa origine geografica anche se in certe aree, come per esempio in Sardegna e nelle Isole Cicladi, convivevano le due forme più comuni della Dea: quella steatopigia con cosce, natiche e seni poderosi e quella stilizzata, in cui il corpo diventa uno schema riconoscibile per analogia.

Lo stesso avviene anche nella Penisola Arabica dove le Dee steatopigie evocano una forza assoluta. In Anatolia le varianti sono addirittura tre: una astratta a forma di violino, una molto stilizzata con la testa allungata sulla nuca e una con il corpo discoidale ma con la testa dai connotati naturalistici.

Una sezione importante è dedicata alle cosiddette “Dame dell’Oxus” provenienti dalla Battriana, regione dell’Asia Centrale a nord dell’attuale Afghanistan. Sono eleganti figure antropomorfe in pietra, composte da una testa ben modellata inserita in un corpo dai volumi indistinguibili poichè ricoperto da un ampio mantello, decorato con motivi geometrici.

La mostra termina con una figurina in terracotta della Valle dell’Indo, con un  modellato del corpo molto realistico ed eseguito con estrema semplificazione.

Il bellissimo catalogo, curato dall’archeologa Anne Caubet, è un esauriente saggio sui misteriosi Idoli che per oltre 3000 anni hanno rappresentato l’arte e la spiritualità umana.

Renzo Freschi

Renzo Freschi
Renzo Freschi
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