I Kalash-Kafiri al Musee Des Confluences di Lione

“Feste himalayane, gli ultimi Kalash”

A Lione è stato aperto nel 2014 il Musée des Confluences, chiamato così perché costruito proprio alla confluenza tra il Rodano e la Saona. Il grande e notevole edificio in acciaio, cemento e vetro è stato progettato dallo Studio di Architettura COOP HIMMELB(L)AU, famoso per lo stile “decostruttivista” dei suoi progetti.

È un Museo di Storia Naturale e Antropologia che organizza mostre di grande interesse con allestimenti suggestivi e esemplari. Non si rimane né indifferenti né annoiati visitando i due grandi piani dedicati alle collezioni permanenti e alle esposizioni temporanee, anzi è un’esperienza entusiasmante tanto che persino la presentazione di temi complessi come l’origine dell’universo o l’evoluzione dell’uomo risultano stimolanti e coinvolgenti.

Avevo deciso di andare a Lione per visitare una mostra sui Kalash- Kafiri, uno degli “amori” irrealizzabili dei miei viaggi in Afghanistan. Ne avevo sentito parlare già nei primi anni ’70 quando arrivavano a Kabul dal Kafiristan – la terra dei kafiri, termine dispregiativo che i musulmani danno ai non-musulmani – e trovavo mobili, soggetti d’uso, elementi architettonici e statue che subito prendevano le strade per l’Europa e gli Stati Uniti.

Ero rimasto affascinato da una cultura completamente diversa da quella islamica e avevo cercato di documentarmi su un popolo che la leggenda proponeva come discendente dall’esercito di Alessandro Magno, teoria poi smentita dall’esame del DNA. Non si sa quando questo popolo -così diverso dai vicini anche per tratti somatici, infatti non è raro incontrare Kalash biondi- si sia stabilito nelle aspre vallate dell’Hindokush ai confini tra Afghanistan e Pakistan.

Nel 1885 l’Afghanistan e l’India o meglio l’Inghilterra si spartirono le montagne dell’Hindokush per motivi strategici nell’ottica del “Grande Gioco” (la competizione tra Inghilterra e la Russia che cercava uno sbocco sull’oceano indiano) e nel 1896 l’emiro afghano aveva persino massacrato la popolazione Kalash sul versante afghano nell’ottica di una brutale islamizzazione forzata. Si erano salvati solo i Kalash del Chitral sul versante anglo-indiano.

Ma torniamo alla mostra “Feste himalayane, gli ultimi Kalash”: Jean-Yves Loude non solo ne è l’ideatore e il curatore ma insieme alle sue fotografie e al popolo Kalash è il cuore stesso della mostra. L’avventura sua e della moglie con i Kalash è durata 14 anni con lunghi soggiorni nel Chitral, vivendo all’interno della comunità e condividendone vita quotidiana, feste e riti. Probabilmente proprio per questa esperienza totale e per il rispetto che ha per questo popolo, Loude ha dato alla mostra una impostazione non museografica (concentrata soprattutto sulle opere d’arte) ma antropologica, nella quale le sue grandi fotografie ci fanno entrare nel vero mondo dei Kalash. Un numero limitato di oggetti quotidiani, pali scolpiti, costumi tradizionali, statue e gioielli provenienti dal Museo di Storia Naturale e di Antropologia di Firenze e dal Museo di Moesgaard in Danimarca sono piuttosto elementi complementari e non protagonisti.

I commenti di Loude che accompagnano le foto più significative raccontano l’uso rituale del vino, la libertà delle donne e il loro ruolo paritario nella società, il culto degli antenati e i riti sciamanici di una religione politeista e animista. Ma egli descrive anche come il prestigio di una persona e di una famiglia non sono legati al potere personale (demandato al consiglio degli anziani) e nemmeno al possesso di ricchezze materiali, ma alla generosità di chi decide di donare all’intera comunità i beni che ha accumulato nella vita, durante grandi feste organizzate proprio per questo scopo. Spogliata di ogni avere la famiglia tornerà povera ma l’onore sarà grande e verrà ricordato per generazioni. Le teste di capro e le corna intrecciate che vengono incise sulle porte di alcune abitazioni o sugli oggetti in legno d’uso quotidiano (come brocche per il latte, madie e elementi architettonici) testimoniano l’acquisizione di una grande reputazione, mentre le figure erette e i grandi cavalieri in legno posti vicino ai cimiteri sono l’immagine di una persona che nella vita aveva appunto rinunciato ai beni “effimeri” per acquisire la riconoscenza “eterna” della comunità.

A un catalogo tradizionale Loude ha preferito pubblicare un libretto che mescolando -foto e illustrazioni- ci descrive come in un lungo fumetto i suoi viaggi tra i Kalash e le loro feste e tradizioni. La mostra è una testimonianza viva, il frutto di un amore che Loude, sua moglie e gli amici che li accompagnavano continuano a nutrire per un popolo in pericolo di estinzione.

Al Museo di Storia Naturale e di Etnografia di Firenze, recentemente restaurato, si può visitare la raccolta di statue e oggetti Kalash portati in Italia negli anni ’50 dall’antropologo Paolo Graziosi durante le sue spedizioni in Pakistan. Sul web si può anche vedere un filmato sui Kalash -in italiano- girato da Graziosi nelle loro vallate.

Renzo Freschi

Renzo Freschi - asian art
Renzo Freschi
info@renzofreschi.com
Nessun commento

Inserisci un commento